Dietro il successo di Orangle Records non c’è la classica narrazione romantica del “talent scout da cameretta”, ma la visione pragmatica di Christian Cambareri. Ex imprenditore nel settore industriale (pipeline e grandi infrastrutture), Christian ha portato nel mondo della musica un approccio rivoluzionario: trattare la discografia come un’azienda vera, basata su numeri, trasparenza e rispetto per l’artista-cliente. In tre anni ha costruito un impero da oltre 6.000 artisti e 27.000 prodotti distribuiti, dichiarando guerra all’ego smisurato delle multinazionali.
La genesi: dall’industria pesante alla discografia
Christian, partiamo dalle origini. Come nasce l’idea di Orangle e cosa ti ha spinto a lanciarti in questo settore?
Vuoi la risposta giornalistica o quella vera? Io preferisco la realtà. Tutto nasce da una chiusura col passato. Gestivo un gruppo societario enorme, 500 dipendenti e 50 milioni di fatturato, ma dopo un incidente sul lavoro abbiamo venduto tutto. Mi sono trasferito a Milano con la mia compagna, che è una bassista ed è la vera mente creativa dietro l’etichetta. Ho iniziato facendo consulenza aziendale e poi, spinto da lei, ho investito nella discografia. Venendo dal mondo delle pipeline, dove parlavo con giganti come Eni e SNAM, mi sono ritrovato a tavoli con discografici che di impresa non capivano nulla, ma avevano ego smisurati. Lì ho capito che c’era uno spazio: applicare la logica aziendale a un mondo che si credeva una “boutique”.
Un modello di business senza catene
In soli tre anni avete raggiunto numeri impressionanti: quasi 7.000 artisti e un team snello di 12 persone. Qual è il segreto di questa crescita?
Trattiamo la musica come un’azienda, non come un club esclusivo. I miei clienti sono gli artisti. Noi non vendiamo servizi preconfezionati, ma offriamo la nostra expertise in cambio di una percentuale sui prodotti. La differenza principale rispetto agli altri è la trasparenza. Prima di far firmare chiunque, faccio 25 minuti di lezione su cos’è il settore, il diritto connesso e l’editoria. E soprattutto, non mettiamo penali e non mettiamo esclusive. Se un artista vuole andarsene domani, è libero di farlo. Spesso gli restituisco anche i master. Se vuoi restare con Orangle, devi volerlo tu, non un contratto capestro.
La critica al sistema: “Le multinazionali spariranno”
Hai parole molto dure per le major e per il sistema attuale. Come vedi il mercato italiano nei prossimi anni?
L’industria oggi è un mercato chiuso, alimentato da ego e dinamiche ereditarie, dove cresce chi è più facilmente controllabile, non chi ha più talento. Io collaboro con Warner, Sony e Universal per la distribuzione, perché rispetto le strutture, ma non collaboro con i dipendenti: il loro modo di lavorare non è né etico né professionale. Entro vent’anni le multinazionali perderanno interesse nel mercato italiano, che verrà cannibalizzato dai prodotti globali. A quel punto la faranno da padrone le indipendenti, ma quelle vere, che vivono di soldi propri e non di riflesso alle major.
Trasparenza e futuro: oltre la musica
Molti artisti parlano benissimo di voi. Qual è la vostra missione per il futuro?
La soddisfazione degli artisti è la prova che il modello funziona. Io sono un uomo di numeri: per me un artista è tale se genera fatturato, engagement e numeri reali. In questo mondo pieno di apparenza e truffe, noi offriamo assistenza H24 e onestà. Mi chiedi della comunicazione musicale? Manca di trasparenza totale. I giornali di settore vivono di banner delle major, non scriveranno mai la verità. Per questo apprezzo chi fa domande scomode e cerca di spingersi oltre. Noi continueremo a investire sugli emergenti e sui “semi-big”, portando avanti battaglie legali se necessario, come abbiamo fatto con l’AFI, per difendere i diritti di chi la musica la fa davvero.





