Alessandro Aruta: L’Arte come Ossessione e il Coraggio di Ricominciare

Un ritratto profondo di Alessandro Aruta: dalla chitarra classica al pop d’autore, tra silenzi, rinascite e una nuova fase creativa.

Esistono artisti per i quali la musica è un vestito da indossare nelle occasioni speciali, e poi esistono quelli per cui la musica è la pelle stessa. Alessandro Aruta appartiene a questa seconda categoria. Per lui, la musica non è un hobby, non è un passatempo e, per certi versi, non è nemmeno una scelta: è un’ossessione.

È quel ronzio costante che lo accompagna da quando, a quattordici anni, ha imbracciato una chitarra per la prima volta, folgorato dalle note di Knockin’ on Heaven’s Door eseguite da un compagno di scuola. Quella chitarra, forse anche un po’ scordata, è stata la chiave che ha aperto una porta che Alessandro non avrebbe mai più chiuso.

Il suo percorso non è stato una linea retta, ma un mosaico di esperienze che riflettono una curiosità intellettuale e artistica fuori dal comune. Aruta nasce come chitarrista, formandosi sui banchi del conservatorio dove ha studiato chitarra classica.

Questa disciplina gli ha regalato una tecnica rigorosa, portandolo a esibirsi in teatri prestigiosi come solista o accompagnato da orchestre, ma il suo cuore batteva anche per sonorità più scure e avanguardistiche. Negli anni ’90, a Napoli, fondò una band rock alternative che guardava lontano, ispirandosi ai Radiohead, ai Massive Attack e ai Bluevertigo. Erano anni di socialità analogica, fatti di sale prove fumose, concerti nei pub e incontri reali, dove il social network era il bancone di un locale e non lo schermo di uno smartphone.

Il Silenzio e la Riscoperta della Voce

Come spesso accade, la vita adulta ha imposto le sue regole. Il trasferimento in una nuova città e le necessità lavorative hanno allontanato Alessandro dalla musica per un periodo. Ma un’ossessione non svanisce, si mette solo in attesa. Circa dieci anni fa, Aruta ha deciso di “riprendere il toro per le corna”.

In questa seconda giovinezza artistica, ha fatto una scoperta fondamentale: oltre alle sei corde della chitarra, possedeva uno strumento ancora più intimo e potente, la sua voce. Ha iniziato a studiare canto, a esplorare i propri limiti vocali e a riversare tutto il suo bagaglio di chitarrista blues, rock e bossanova in una forma canzone nuova e personale.

La pandemia e il conseguente lockdown sono stati, paradossalmente, il catalizzatore definitivo. Chiuso nella sua stanza, Alessandro ha lasciato che i ricordi e le emozioni fluissero senza filtri, scrivendo undici brani in pochissime settimane.

È nato così l’album Tempo e Rimedi, un lavoro che lui stesso definisce un flusso di coscienza. In questo disco, Aruta scava nel profondo, apre armadi nascosti e dedica canzoni cariche di amore alla figlia e ai momenti cruciali della sua vita, come la parentesi vissuta in Puglia gestendo una libreria-caffetteria. È un album viscerale, caratterizzato da una scrittura criptica ed enigmatica che riflette la complessità del suo mondo interiore.

Verso la Versione 2.0: L’Evoluzione Sonora con Molla

Nonostante il successo di Tempo e Rimedi, Alessandro non è un artista che ama ripetersi. Sente il bisogno di evolvere, di “aggiornare” il suo sound alle orecchie del presente senza però tradire la propria essenza. Da questa urgenza nasce la collaborazione con il produttore pugliese Molla e il lavoro con il vocal coach Paki Scognamiglio. Insieme, hanno dato vita a quella che Aruta chiama la sua “Versione 2.0”.

La nuova musica di Alessandro è più esplicita, più chiara, quasi in prosa. Se prima si nascondeva dietro metafore criptiche, oggi sceglie un linguaggio diretto, capace di raccontare con trasparenza chirurgica momenti come l’incontro con la moglie o il senso di malinconia per le amicizie perdute dell’adolescenza. È un pop d’autore maturo, che strizza l’occhio alla modernità pur mantenendo quella solidità strumentale che deriva dai suoi anni di studio accademico.

L’Animale da Palcoscenico e il Tour con Russell Crowe

Se la scrittura è il momento della riflessione, il palco è quello della vita vera. Alessandro si definisce un “animale da palcoscenico” e ammette di sentirsi pienamente sé stesso solo quando ha un microfono davanti. La sua carriera live è costellata di momenti significativi, dalle finali di Sanremo Rock all’Ariston fino a una delle esperienze più incredibili che un musicista emergente possa vivere: aprire il tour italiano di Russell Crowe.

Tutto è nato in modo quasi surreale: mentre si occupava dell’organizzazione del tour della star internazionale, ha accolto una richiesta improvvisa dell’attore, che cercava artisti locali per le aperture dei suoi concerti. Con un pizzico di audacia, Alessandro si è proposto e, dopo aver ascoltato la sua musica, Crowe gli ha risposto con una frase che avrebbe cambiato la sua prospettiva: “Alessandro, you have a gig”. Le esibizioni a Catanzaro e Taranto sono state “tanta roba”, un’iniezione di adrenalina e consapevolezza che Aruta porterà sempre con sé.

Uno Storytelling per il Futuro

Oggi Alessandro guarda al futuro con un progetto ambizioso: uno spettacolo teatrale che fonde musica e narrazione. Si è reso conto che, per un artista indipendente, non basta più “suonare bene”; serve creare un ponte con il pubblico, raccontare chi si è veramente prima che le note inizino a vibrare. Guidato da un maestro di teatro, sta mettendo a punto una sceneggiatura che trasformerà i suoi concerti in un’esperienza di storytelling intimo, dove il racconto della sua vita e la genesi delle sue canzoni si intrecciano.

Che sia in una formazione potente con la band o in una veste più acustica e raccolta, Alessandro Aruta continua a navigare nel mare della musica con l’onestà di chi sa che l’unico modo per essere universali è essere profondamente sé stessi. La sua indipendenza artistica è un valore che rivendica con orgoglio, decidendo giorno dopo giorno come e quando condividere il suo mondo con gli altri.

Articolo di Alessandro Chiavacci